Carloforte, un nuovo logo e un’occasione persa.

In questi giorni è stato presentato il nuovo marchio territoriale della destinazione Carloforte, Isola di San Pietro. La notizia è però passata inosservata, direi quasi sotto traccia, e non ha avuto l’enfasi che un passo legato al marketing territoriale dovrebbe avere.

Carloforte Logo

Investire risorse economiche e tempo per la creazione di un brand ha poco o nessun senso se questo a brand non viene data visibilità e soprattutto credibilità.

Devo dire che la cosa mi ha sorpreso dal momento che a Carloforte abbiamo uno dei sindaci più social d’Italia, per intenderci uno che fa dirette perfino per annunciare l’annullamento dei tanto attesi fuochi di artificio che il 29 giugno rendono omaggio al nostro Santo preferito, Pietro.

Stiamo parlando del Sindaco diventato famoso per la frase “non è un filmmmmmm…”, ovvero una figura politica che ha focalizzato la sua comunicazione, giustamente a mio avviso, su un dialogo costante con la popolazione carolina.

Invece, relativamente al nuovo marchio di Carloforte, la bacheca del Sindaco, quando scrivo ovvero lunedì 6 luglio 2021 alle ore 11, appare vuota di riferimenti al nuovo logo.

La pubblicazione della notizia, sul profilo Facebook del Comune è apparsa il 2 luglio è ha collezionato l’invidiabile cifra di 17 interazioni, 15 like (gran parte dell’entourge del Sindaco) e 2 faccine tristi. I commenti sono 7, tutti a seguito di una mia domanda a cui il Comune non ha risposto ovvero il costo dell’operazione.

La stessa notizia, rilanciata sul proprio profilo Facebook da Aureliana Curcio (assessora al turismo) ha collezionato ben 15 like, 3 condivisioni e un commento di Titto Curcio, evidentemente parente dell’Assessora. 

La pagina Facebook “Carloforte Turismo” presenta qualche interazione in più, sono 66 i like e 13 i commenti, non tutti positivi.

Il profilo Instagram, attivo dal 6 giugno 2016 (!) ha, rispetto al tempo di esposizione, un seguito ininfluente ovvero 2.930 follower. La notizia ha collezionato 207 like e 13 commenti.

Risultati così scarsi rispetto al potenziale della località turistica si spiegano nella mancanza di programmazione e di gestione delle inserzioni sponsorizzate. Probabilmente andranno a crescere se l’attività è stata inserita nell’ambito del progetto di cui stiamo discutendo.

Questa raccolta di informazioni ha lo scopo di evidenziare come un passo importante come la creazione di un’identità visiva per Carloforte sia stata un’attività del tutto trascurata.

A oggi, martedì 6 luglio, ne ha parlato solo la Provincia del Sulcis Iglesiente diretta dall’ottimo Giampaolo Cirronis (notizia rilanciata anche da alcune pagine sopra citate). Qui puoi leggere al notizia che riporta, di fatto, il contenuto del comunicato stampa.

C’è da chiedersi a questo punto il perché di questa poca esposizione mediatica? Forse perché c’è di mezzo la politica?

A pensare male molte volte ci si azzecca, direbbe qualcuno.

Questo progetto è stato affidato alla società di Cagliari Tools di Barbara Argiolas, ex assessora al Turismo, Artigianato e Commercio della Regione Autonoma della Sardegna con la giunta di Francesco Pigliaru (a qualcuno questo nome potrebbe giungere nuovo ma è stato il penultimo presidente della Regione Autonoma della Sardegna) e, precedentemente assessora allo Sviluppo Economico della città di Cagliari con Massimo Zedda Sindaco.

Avere un’idea dei lavori realizzati da Tools è difficile in quanto è sostanzialmente assente sul web:

  • Il sito risulta Coming Soon (ovvero arriverà a brave…).
  • La pagina Facebook non ha contenuti.
  • Il profilo Instagram e LinkedIn non esistono.

La domanda da farsi è se Barbara Argiolas sia competente in comunicazione. La risposta è che lo è senza ombra di dubbio e lo si può affermare leggendo il suo curriculum e per aver ricoperto importanti incarichi istituzionali.

I lavori però non li ho mai visti, certamente li avranno valutati coloro i quali hanno affidato alla sua agenzia il progetto.

Mi chiedo però se è l’unica competente sul mercato oppure se il fatto di avere una carriera politica di tutto rispetto sia stato l’unico motivo di differenziazione rispetto ad altri competenti.

In ogni caso, sia come sia, questo progetto è stato presentato in maniera carbonara, sottotraccia. Ci saremmo aspettati, come minimo, una diretta del Sindaco.

Invece niente dirette, forse perché sa che noi carlofortini, eh sì sono di Carloforte, siamo attenti al denaro. Non perché non ci piaccia spenderli come pensano le “mole lengue” ma perché non ci piace buttarli.

Il marchio territoriale della destinazione Carloforte “non presentato” in pompa magna pare sia costato circa 9.000,00 euro destinati alla società che lo ha realizzato ovvero la Subtitle di Cagliari, società di specchiata professionalità.

9.000,00 euro sono tanti o pochi per un marchio? Dipende, sicuramente è un prezzo molto alto. Nel mercato privato è realmente impossibile vendere un marchio a quei prezzi a meno che non sia abbiano clienti in vena di follie.

Nel mercato pubblico tutto ovviamente è possibile tanto paga Pantalone.

Il prezzo diventa invece ragionevole se oltre al marchio viene prodotta l’immagine coordinata e altri materiali di comunicazione. Il comunicato ufficiale del Comune parla di linee guida da fornire agli operatori il che farebbe presupporre che questi materiali siano stati prodotti, vedremo.

Fatta questa lunga premessa andiamo invece a ragionare sul marchio realizzato. Sull’efficacia che un sistema di identità visiva deve avere per poter portare valore alla destinazione, in questo caso Carloforte.

(NDR: D’ora in poi, in corsivo e in giallo, il testo tratto dal comunicato stampa postato sui social sopra citati).

Il progetto è inserito nell’ambito delle attività del progetto U-Paize “finalizzato alla creazione di un Piano di destinazione turistica sostenibile, e alla definizione di una nuova strategia di marketing e di comunicazione del territorio”.

Il sito upaise.it che dovrebbe essere il “contenitore” del progetto è semi abbandonato e l’ultima news risale al 15 marzo 2021.

Il sito ha testi molto scarni e una sola foto, tra l’altro firmata, tra l’altro non da un fotografo professionista.

«Il marchio è la prima sintesi del lavoro che si sta svolgendo insieme agli operatori – dice Aureliana Curcio, Assessore al turismo e cultura del Comune di Carloforte … Una nuova identità visiva che rispecchia i valori emersi nei due cicli di incontri con il mondo del sistema ricettivo, della ristorazione, dei servizi al turismo e dell’associazionismo, in cui si sono definiti le caratteristiche principali della nostra isola, che unisce mare, ruralità e cultura. Nei prossimi giorni pubblicheremo le modalità di concessione e di utilizzo del Marchio da parte degli operatori, perché sia patrimonio della destinazione e possa supportare tutte le azioni di marketing e di comunicazione integrata su cui si sta lavorando per dotare l’Isola di strumenti di comunicazione adeguati e farci trovare pronti sulla stagione del rilancio che sarà il 2022».

Queste le motivazioni alla base della creazione del marchio territoriale della destinazione Carloforte:

“Un luogo dal ritmo lento, con un suo tempo, un tempo privilegiato che accompagna la vita di una comunità viva, accogliente, ospitale e produttiva, selvaggia, ma rassicurante”.

Definire i carlofortini “selvaggi” mi pare poco corretto e poco coerente rispetto al nostro atavico senso di superiorità nei confronti di chiunque non parli genovese. Chi abita alla perifieria di Calasetta per un carlofortino è già un “furesctu” ovvero forestiero.

Un “continente” geografico, storico, culturale e antropologico che ritroviamo nella sua tipicità architettonica, nella lingua, nel cibo, nell’economia, ma soprattutto nella sua gente che determina il carattere unico dell’Isola nell’Isola per antonomasia. Carloforte e l’Isola di San Pietro hanno un’anima Mediterranea sintesi di culture che qui si sono avvicendate, incrociate e contaminate. Mare e ruralità (opposti che si attraggono), pesca e tonno, sale, cibo… e i tabarchini: sono questi gli elementi che contraddistinguono l’isola”.

Chi mi spiega per quale motivo mare e ruralità sono opposti? L’opposto di rurale è urbano, l’opposto di mare, nell’immaginario collettivo, è montagna. E perché mai dovrebbero attrarsi?

“…Il marchio-logo CARLOFORTE è un logotipo asciutto (cioè? Parlando di opposti che si attraggono, non bagnato?), volutamente essenziale, che sintonizza fin dal primo colpo d’occhio l’animo di chi lo vede col genius loci dell’isola, notoriamente improntato alla semplicità e assai poco incline a vezzi inutili…”

Chi lo dice che il carlofortino è semplice e poco raffinato? Basta entrare in una casa di Carloforte per capire che questa è una fesseria. I carlofortini amano il bello, le cose raffinate e di qualità, come diciamo noi “che voian diné.”
Di semplice abbiamo ben poco, anzi vale il contrario, basta uscire in piazza la domenica mattina per vedere se il carlofortino si accontenta della semplicità. Au paise i strugguin se veddan sulu per Carlevò.

“…Caratteri di stampa creati ad arte, di intuitiva ambientazione nautica: degli stencil, come quelli che la marineria tipicamente usa per contrassegnare i salvagente e le altre pertinenze accessorie delle imbarcazioni…”

Quindi, nella narrazione del marchio territoriale della destinazione Carloforte è associata a una ciambella di salvataggio abbandonata al mare in seguito a un naufragio.
Nella marineria carlofortina non si usa, e credo non si sia mai usato, quel tipo di carattere. Sarebbe stato il caso di farsi un giro nei cantieri di Carloforte e accorgersi che i nomi delle barche sono realizzati in legno, intagliato, e inseriti su targhe avvitate all’opera morta. Nei canotti viene invece messo sullo specchio di poppa. I canotti più antichi hanno il nome in ottone come nel caso del nostro “Angela”. Questo per ribadire il concetto della poca attinenza del concetto di “semplicità” associata al carlofortino che raramente si accontenta di una scritta sulla murata fatta a pennello.

P.S: Le barche  con le scritte a pennello esistono ma sono dei ciaisctrunassi.

 

“…Giustapposta, in basso a destra – quasi una firma –, la piccola immagine: un’onda…”.

Ecco il simbolo identitario per eccellenza, l’onda. Autoctono al 100% e capace di caratterizzare senza ambiguità la nostra isola rispetto a tutte le miliardi di località che si affacciano sul mare. 

“….Onda del mare innanzitutto. Quello affrontato, da secoli e ogni giorno dai carlofortini, quello attraversato dai turisti che raggiungono l’isola, quello goduto durante la vacanza. Un mare vivo animato da venti e correnti, pesci, genti, di avventura in una sinusoide naturale di emozioni sempre nuove. O anche allusiva dell’orlo dei tetti delle baracche, dell’alternanza di tegole concave e convesse, abituate a fare a meno delle grondaie. O suggestiva del riposo, cullato dalla quieta frequenza acustica dei silenzi notturni…”.

Anche questa è evidentemente una forzatura, perché  a Carloforte siamo famosi per tante cose, ma delle tegole che noi chiamiamo “cuppi” non mi pare che siano state scritte canzoni cantate al Timone d’Oro o nei festival della canzone Tabarchina (quello carlofortino è un popolo canterino, fa anche rima).

“…Azzurro il colore che è mare, cielo terso di maestrale o animo in pace col mondo”.

E tutti vissero felici e contenti…

Questo logo, bello o brutto non mi interessa. Il problema è che non rappresenta minimamente né Carloforte, né l’Isola di San Pietro, né i suoi abitanti o le sue tradizioni.

Si può adattare a qualsiasi altra località di mare solo cambiando il nome. Qualsiasi località di mare potrebbe “vantare” un salvagente con una scritta “stencil”.

Stesso discorso per un segno banale e inflazionato come quello dell’onda.

Segno che tra l’altro ricorda molto da vicino un geroglifico egizio e che potrebbe far riscrivere la storia del mondo in quanto potrebbe significare che gli egiziani discendono dai genovesi.

Di seguito un geroglifico dal tempio di Karnak in cui si cita spessissimo Carloforte.

Oppure, lo stesso segno, è quello che appare nel correttore automatico di diverse applicazioni tra cui Chrome.

Come giustamente scritto nella relazione allegata al marchio territoriale della destinazione Carloforte, l’isola rappresenta un autentico unicum per costumi e tradizioni e con una storia, anche recente, di assoluto prestigio.
Carloforte è diventata famosa, oltre che per le sue bellezze e tradizioni, per la raccolta del sale, per la pesca del tonno, per l’industria siderurgica, per l’estrazione di minerali, per i cantieri navali, per le generazioni di marinai tra cui spicca il Commodoro della Princess Cruiser, Giorgio Pomata.

Tornando allo specifico del marchio, ad esempio, poteva riprendere i caratteri utilizzati nei tombini di ghisa prodotti a Carloforte e ancora presenti in importanti città italiane, come a Cagliari per esempio. Non che sia la soluzione giusta per intenderci ma almeno è più attinente rispetto alla storia tabarchina.

Oppure un simbolo legato alla marineria e ai mestieri del mare, il gancio del tonnarotto , l’ancora del pescatore con un anello spezzato simbolo della fine della schiavitù patita in africa, la Saphyrina (insetto endemico dell’isola), il falco della Regina, ecc.

Qualsiasi cosa sarebbe stata più identificativa rispetto a un’anonima onda.

Il vero mistero è perché nessun carlofortino, esperto in faccende di comunicazione, sia stato consultato per poter fornire un parere tecnico prima di scegliere in modo definitivo il marchio territoriale della destinazione Carloforte.
Con tutto il rispetto del Sindaco che di mestiere fa il commercialista o dell’assessora che fa l’avvocato, il mestiere della comunicazione richiede competenze specifiche. Pare invece che sulle questioni “grafiche” tutti siano maestri, soprattutto chi riceve una carica che attribuisce il potere di decidere ma che purtroppo non fornisce le competenze per scegliere.

N.B. Volendo spezzare una lancia a favore dell’agenzia che ha realizzato il logo capita spesso che in questo tipo di lavori, gli interventi e le richieste di modifica del committente siano tali da stravolgere le proposte iniziali (tra gli addetti ai lavori si chiama effetto Frankenstein e si manifesta con la tendenza del committente a prendere diverse parti delle diverse proposte di logo e riunirle realizzando di fatto un mostro senza anima). Se fosse così si capirebbe l’incongruenza tra carattere tipografico utilizzato per la scritta (rigido e spigoloso) e la morbidezza del segno dell’onda o del serpente sperando che il logo non sia una “biscia” (doppio senso solo per i carlofortini).

Ma forse questi esperti carlofortini non esistono direte voi.

Di seguito una lista, non esaustiva, di persone che avrebbero potuto fornire (nel caso avessero accettato l’incarico ovviamente) un importante contributo rispetto a una scelta più consapevole del marchio Carloforte.

Riccardo Ferraris CEO Omnicom Media Group Mexico una delle più importanti agenzie di comunicazione del mondo e precedentemente a capo della Grey, una multinazionale della pubblicità, di cui era responsabile per tutto il sud America.

Franciscu Sedda, semiologo e autore di libri tra cui Isole: Un arcipelago semiotico”, “La vera storia della Bandiera dei Sardi“.

Francesco Biggio, esperto di marketing legato agli eventi, account manager nelle più importanti agenzie di comunicazione italiane.

Antonio Ventura (cugino di Francesco), art director in un’importante agenzia di comunicazione di Roma, spesso presente a Carloforte dove ha tra l’altro trascorso gli ultimi mesi in smart working.

Luca Molinas, colui che più di tutti ha dato una precisa identità grafica all’Isola di San Pietro. 

Andrea Luxoro (mio cugino) demologo, grande esperto della cultura e delle tradizioni carlofortine.

Immodestamente, me stesso, l’autore di questo articolo, Lorenzo Saliu.

E poi il più carlofortino di tutti, Gianni Morandi che a Carloforte è come il prezzemolo.

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